Chiesa Maria SS. Del Rosario ed ex Convento dei Domenicani (sede comune)
La storia
In piazza De Gasperi, nel cuore del comune, è ubicato un ex complesso domenicano, costituito da un’ala dell’ex convento (ora sede del comune), dalla Chiesa di Maria SS del Rosario, vari ampliamenti ed un monumento dedicati ai caduti in guerra.
La chiesa era di iuspatronato dei Signori Ascanio, Orazio e Mario Della Tolfa, i quali nel 1602 la cedettero al convento della Sanità di Napoli – previo consenso di Mons. Bernardino Morra, vescovo d’Aversa (1598-1605). Nel 1608 il nobile Ascanio Della Tolfa donò parte del palazzo di sua proprietà ai Padri Domenicani Riformati; i religiosi si stabilirono nel paese ed utilizzarono alcune stanze al pianterreno come convento. Nel 1808, a causa della legge di soppressione, i Domenicani abbandonarono l’edificio. Successivamente la Chiesa, con l’annesso convento, fu restaurata e riaperta al pubblico dal Servo di Dio don Giustino Marini.
La chiesa, ancorché è menzionata per la prima volta nella Santa Visita che il vescovo di Aversa, Carlo I Carafa, effettuò il 7 aprile del 1637, vanta una fondazione più antica. Fu, infatti, edificata nel 1608 dal padrone del luogo, Ascanio Della Tolfa, e donata ai Padri Domenicani, che vi costruirono accanto il conventino che abitarono poi fino all’anno 1808, quando furono espulsi in seguito alle soppressioni bonapartiane. Rimasta alle dipendenze della Real Camera di Santa Chiara, dopo un periodo di abbandono, fu riaperta dal Marini che dopo averla riattata, vi instaurò diverse pratiche di pietà in onore dell’Addolorata, di San Giuseppe, San Vincenzo Ferreri, del Bambin Gesù e delle Anime Purganti. Durante l’ultimo periodo di presenza dei Domenicani la chiesa accolse in una cappellina, l’attuale sagrestia, la confraternita del SS.mo Rosario eretta con reale assenso di Ferdinando IV di Borbone nell’anno 1782.
Nel 1836 la chiesa fu ceduta al vescovo di Aversa, mons. Durini. Nel 1937, il rettore del tempo, don Giustino Mariniello, in prossimità del centenario della morte del Marini, poi celebrato il 6 luglio di quell’anno con una nutrita serie di manifestazioni religiose, fece riattintare con colori sobri ed ariosi tutta la chiesa e restaurare il soffitto facendovi dipingere l’immagine della Madonna del Rosario dall’artista giuglianese Luigi Taglialatela.
Dopo qualche anno, però, nella primavera del 1948, per i disastrosi effetti dei bombardamenti del secondo conflitto mondiale, il soffitto dovette essere rifatto di nuovo e con esso le decorazioni, affrescate stavolta dal giovane pittore aversano Alfonso Leccia. II 6 luglio dello stesso anno, tuttavia, la mattina immediatamente successiva alla ricognizione canonica dei resti di don Giustino Marini, ordinata da mons.
Antonio Teutonico per poterne avviare il processo di canonizzazione, il soffitto crollò ancora una volta, provocando per fortuna il ferimento di due sole persone
attardatesi dopo la messa mattutina in attesa di poter partecipare a quella più solenne che si sarebbe dovuta tenere di lì a poco, come ogni anno, in ricordo del servo di Dio.
Il prospetto esterno, che si sviluppa con un solo ordine inquadrato nei lati da paraste con capitelli ionici e in alto da una breve trabeazione, è dominato da un bel portale modanato in pietra di piperno preceduto da un cancello in ferro battuto e sovrastato da una lunetta affrescata con un’immagine, molto rovinata, della quale resta ormai il solo busto della Madonna col Bambino; un timpano triangolare, terminante con una Croce e occupato nella parte mediana da un oculo, conclude lo sviluppo assiale della facciata, caratterizzata per il resto anche da due finestre rettangolari. Un breve campaniletto, munito di campana, svetta affianco alla cupola nella parte posteriore dell’edificio.
L'epigrafe recita:
HIC REQUIESCIT IN PACE
SACERDOS JUSTINUS MARINIUS
VIR VERE APOSTOLICUS
CORDIS CHARITATE
CORPORIS MACERATIONE
MORUM SUAVITATE
VITAE INNOCENTIA
ET ERUDITIONE CLARUS
OMNIBUS OMNIA FACTUS
PRAECIPUAM CUARE AC SOLLICITUDINIS SUAE PARTEM
TUM FLABRANTISSIMIS CONCIONIBUS
TUM CONFESSIONIBUS EXCIPIUNDIS
AD EXTREMUM USQUE SPIRITUM IMPENDIT
QUI IMMANISSIMA INDICA PESTILENTIA GRASSANTE
CUM INTER MORIENTES AD RELIGIONIS SOLAMINA PRAEBENDA
SE DIU NOCTUQUE VERSARET
PRIDIE NON JULII MDCCCXXXVII
LETHALI MORBO CORREPTUS
QUATUOR HORARUM CURRICULO QUASI FULMINE ICTUS
PUBLICO CUM LUCTU
OCCUBUIT
VIXIT ANNOS XL MENSES IV DIES XXIX
HJERONIMUS ET VESPASIANUS
DOLORE HEUNUMQUAM DELENDO CONFECTI
FRATRI CARISSIMO ET IMCOMPARABILI
HUNC LAPIDEM AETERNUM DOLORIS TESTEM
P.P.
L’interno, a una navata, lunga poco più di venti metri e larga otto, con una sola cappella laterale nella parete destra, accoglie quattro altari oltre a quello maggiore. Sulla porta d’ingresso, ai cui lati sono murate due semplici acquasantiere in marmo, si sviluppa un’ampia cantoria, decorata, alla pari delle altre cortine murarie della chiesetta, con motivi che simulano marmi policromi. In origine, probabilmente, ospitava un organo. Il primo altare, addossato sulla parete sinistra, è un buon lavoro realizzato in marmi policromi commessi da maestranze campane della prima metà dell’Ottocento. Fu donato alla chiesa, come recita l’epigrafe in basso, dal dottor Ciro Mansi, medico condotto del paese, nel 1840. Ottocentesco è anche l’altare seguente. Entrambi gli altari conservano le porticine dei rispettivi tabernacoli in metallo sbalzato e dorato con simboli eucaristici.
Sul primo campeggia una tela raffigurante il Bambino Gesù adorato dai santi Nicola e Giuseppe, mentre il secondo accoglie una riproposizione della venerata immagine della Vergine del Rosario di Pompei. Le due tele portano la firma del pittore aversano Raffaele La Porta che le realizzò nel 1980. Una discreta balaustra in marmi policromi, fatta realizzare da maestranze campane nel 1850 dai coniugi Cesario Di Mauro e Carmina di Michele, come c’informa l’iscrizione che corre in basso, separa, con il sovrastante arco trionfale, la navata dall’aula absidale, occupata dall’altare maggiore e da due varchi d’accesso al retroaltare, chiusi da pesanti drappi di stoffa rossa.
Ai lati dell’arco trionfale, decorato nella fascia sottostante con motivi a girali, i due discreti affreschi che si osservano in alto, dovuti forse alla mano di Leccia, rappresentano l’Angelo custode e l’Arcangelo Raffaele. Le oleografie poste ai due lati della parete inferiore dell’arco raffigurano, invece, il Sacro Cuore di Gesù e il Sacro Cuore di Maria.
Sia l’altare che i due varchi d’accesso al retroaltare sono lavori settecenteschi realizzati in marmi policromi commessi da un marmorario campano da identificarsi, verosimilmente, in quel Agostino Di Filippo che, come si legge in un giornale copia polizza dell’antico Banco dei Poveri di Napoli, alla data del 26 marzo del 1733, intascò 10 ducati a conto di 80 «per un altare di marmo secondo il disegno fatto per la chiesa del Rosario della terra di Cesa nell’altare di San Domenico» (Napoli, Archivio Storico del Banco di Napoli, giornale copia polizze matr. 1150)
E’ probabile, però, che il sarcofago che sorregge la mensa dell’altare possa essere stato spostato da un altro contesto per sostituire l’originale paliotto, andato distrutto o trafugato. Sopra l’altare una prospettica e articolata composizione decorativa ad affresco accoglie un ottocentesco tabernacolo mobile in legno dipinto e dorato che reca al centro un’immagine della Vergine della Speranza. Sull’abside si sviluppa, agile, una cupoletta, il cui tamburo è percorso da quattro finestre vere alternate da altrettante finestre finte realizzate con la cosiddetta tecnica a tromp l’oeil. La scodella, invece, è interamente affrescata con un dipinto raffigurante la SS. Trinità adorata dagli Angeli realizzato anch’esso da Raffaele La Porta, a cui si devono, altresì, i quattro Evangelisti che si osservano nei peducci.
Sulla parete sinistra del presbiterio una lapide commemorativa, fatta porre dai fratelli Geronimo e Vespasiano nel 1887, ricorda che ai piedi dell’altare maggiore è sepolto Giustino Marini, che benché morto di colera fu qui deposto in deroga alle norme vigenti che imponevano la sepoltura dei colerosi in appositi recinti fuori dagli spazi urbani.
La lapide è sovrastata da un piccolo dipinto di Raffaele La Porta che raffigura il volto di don Giustino Marini così come ci è stato tramandato da un dipinto ottocentesco.
Nell’aula absidale fa bella mostra di sé anche un notevole trono di legno intarsiato e dorato della seconda metà del Settecento.
Immediatamente a destra del presbiterio, preceduta da un’arca sotto cui si sviluppa una vivace decorazione ad affresco con motivi fitomorfi, si apre, caratterizzata da una volta a vela, la cappella del SS.mo Rosario, sede dell’omonima confraternita, eretta nel 1940 in sostituzione dell’antica cappella trasformata in sagrestia per le cattive condizioni decorative, sul cui altare, discreto lavoro in marmi policromi di artefici napoletani dell’Ottocento, si osserva una nicchia vuota, destinata in origine ad accogliere la venerata statua della Vergine del Rosario, custodita altrove per motivi di sicurezza. Sulla parete sinistra della cappella, composti in una robusta teca lignea, si custodiscono l’abito e il cappello sacerdotale di don Giustino Marini, fatti oggetto anch’essi di grande venerazione da parte dei fedeli.
Tra la teca e l’altare, all’interno di un’artistica scarabattola di legno si conserva una piccola statua in cartapesta dell’Ecce homo.
Usciti dalla cappella, s’incontrano, addossati alla parete, prima, un ottocentesco Crocifisso ligneo e poi un altro altare, con ai capi due notevole teste di puttini, la cui iscrizione dedicatoria in basso, ci informa che fu fatto edificare da tale Simone De Matteis nel 1801. Sulla parete sovrastante è un dipinto di Raffaele La Porta, datato 1980, raffigurante la Crocifissione. Anche questi ultimi due altari, come i precedenti, conservano ancora le porticine dei rispettivi tabernacoli con le raffigurazioni dei simboli eucaristici.
In sacrestia, cui s’accede direttamente dal presbiterio, sono infine da segnalare un altro Crocifisso in cartapesta databile tra la fine del XVIII secolo e gli inizi del secolo successivo, un interessante armadio per la conservazione degli arredi e della suppellettile sacra e un lavamani in marmo bianco su cui si legge la data 1712.
Nella cripta della chiesa, insieme alle spoglie mortali di don Giustino, sono tumulati, come indicano le relative lapidi, i corpi dei Maresca, gli ultimi feudatari di Cesa, della nobildonna Teresa Pallavicini, dei De Marinis e di altri appartenenti a famiglie patrizie del luogo.
Il Convento e Don Giustino Marini “Il sentiero della croce”
Nel Vangelo secondo S. Luca, al cap. 9, 23 si leggono queste parole: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua». Giustino prese sul serio tale invito; non volle vivere in famiglia per libertà d’azione e, per seguire l’insegnamento del divin Maestro, si appartò in luogo solitario. Vi era in paese un piccolo convento abbandonato dai padri domenicani. Nel 1807, con la legge della soppressione degli Enti religiosi, fu abolito anche il monastero di Cesa e i monaci dovettero andare via. Attualmente questo fabbricato, dopo tante altre vicende, ospita la Casa Comunale.
In tale romitorio il nostro servo di Dio visse fino alla morte: qui nella solitudine più completa, trascorse 18 anni mortificando la propria carne. Dormiva in una stanzetta disadorna, fornito di un letto, d’un tavolino, d’una sedia, d’una cassa per la biancheria, d’un crocifisso e un teschio.
Di notte si coricava solitamente sul nudo pavimento, indossava una camicia, irta di spine metalliche, castigando il proprio corpo con funi, catenelle, lamette e cilizi vari. Il suo cibo, sull’esempio del santo Curato d’Ars era condito con erbe amare7. Camminava per la strada in silenzio e con occhi bassi, mortificando la propria anima con la modestia continua e rigorosa, esercitando, soprattutto la virtù dell’umiltà. Agli insulti dei confratelli e della gente rispondeva con il sorriso, ritenuto colpevole dai superiori, subì ogni sorta d’umiliazioni e castighi, dal pulpito si proclamava d’essere il più vile dei peccatori.
Risplendeva in lui, a somiglianza di S. Gerardo Maiella, una purezza custodita da mortificazioni senza limiti; trascorse tutti i suoi giorni tra preghiere e meditazioni per compiacere Gesù e la Madonna8. Un tale Antonio Ferrante si faceva vedere spesso al monastero per fare qualche servizietto e insieme dividevano il pane come due vecchi amici. Però il servo della piccola compagnia era Giustino.
Egli ripeteva sovente: «Vi basta la mia grazia, perché la mia penitenza trionfa nella debolezza» (Lettera ai Corinzi 12,9).